mercoledì 15 maggio 2019

La tigre e il pipistrello: riflessioni su linguaggio e pensiero nella politica di oggi


"Noi abbiamo pochi nomi e poche definizioni per una infinità di cose singole. Dunque il ricorso all’universale non è una forza del pensiero ma una infermità del discorso. Il dramma è che l’uomo parla sempre in generale mentre le cose sono singolari. Il linguaggio nomina appannando l’insopprimibile evidenza dell’individuale esistente."

Umberto Eco, Sull’essere, in Kant e l’ornitorinco, Milano, Bompiani, 1997, p.13. 



È possibile ignorare, sottovalutare, dimenticare l’ineluttabile inadeguatezza del linguaggio?

Sì, perché siamo uomini, portati all’errore, e spesso viziati da troppa sicurezza.

Se oggi volessi indignarmi con qualcuno, lo farei con chi usa con dolo il gap segnalato da Umberto Eco, facendo credere che il vuoto dell’universale, lo slogan, corrisponda all’articolata singolarità del reale. Mi riferisco all’attuale neolingua dei media, soprattutto alla sua declinazione politica, che allarga questo gap impoverendo il linguaggio e limitando ulteriormente le possibilità del discorso di avvicinarsi al reale.

Ma attenzione: è facile additare il vizio linguistico in politici, giornalisti, pubblicitari. Difficile ammettere che il diavolo è dentro la cattedrale, che la stessa inclinazione si annida in noi stessi, nell’edicolante sotto casa, nella parrucchiera, nei pendolari compagni di viaggio con cui commentiamo la politica, la cronaca, lo sport. Se volessimo fare dell’intellettualismo etico, potremmo dire che, almeno, i professionisti della comunicazione sono consapevoli del fenomeno e lo sfruttano, mentre la gente comune no: ne è solo vittima, sia perché subisce il raggiro, sia perché a sua volta lo esercita, questa volta inconsciamente, su se stessa e sugli altri. Siamo così sicuri di avere piena padronanza del nostro pensiero e che il linguaggio sia un docile strumento al servizio delle idee?

Prendiamo atto che la realtà è ben diversa: noi pensiamo molte cose attraverso il linguaggio, anzi fondandole sul linguaggio. Fintanto che pensiamo attraverso il linguaggio, i suoi limiti diventano i limiti del pensiero, e se il linguaggio si impoverisce, ciò ha ricadute immediate sul pensiero. È un punto tanto fondamentale che, prima di esporre le mie considerazioni sul linguaggio usato oggi nei media, provo a illustrare il meccanismo con un esempio semplice e neutro.

Le fiabe utilizzano allo sfinimento pochi schemi narrativi, in particolare lo schema triadico: tre figlie, tre sorelle, tre prove, tre indovinelli, tre desideri ecc. I componenti delle triadi sono caratterizzati da una serrata corrispondenza dei loro elementi, in un rapporto, diciamo, di uno a uno. Per farsene un’idea basta leggersi a caso qualche storia delle Fiabe italiane di Italo Calvino. In questa raccolta, però, c’è una fiaba, La vedova e il brigante, in cui la corrispondenza salta:

La vedova... si finse ammalata e disse al figlio: “Se non ho un po' di latte di leonessa, muoio.”

(Il figlio) andò nel bosco e trovò il leone.

“Compare” gli disse il leone, cosa andate cercando da queste parti?”

“Compare leone,” rispose lui “io sono venuto per un po' di latte della comare leonessa.”

[…]

Il figlio andò per il latte dell'orsa. Quando arrivò dall'orso, l'orso disse: “Compare, cosa sei venuto a fare qui?”

“Compare orso,” rispose lui “sono venuto da voi perché ho la madre malata che vuole un po’ di latte di comare orsa per guarire.”

[...]

Il figlio partì... per cercare il latte della tigre. Quando lo vide arrivare la tigre gli disse: “Compare, cosa siete venuto a fare?”

“Comare tigre, sono venuto perché ho la madre malata e vuole un po’ del vostro latte.”



Che fine ha fatto il maschio della tigre? È sparito per un motivo linguistico: ove in italiano esistono le coppie leone/leonessa eorso/orsa, la tigre ha il solo genere femminile. Questo limite della lingua finisce con l’investire l’universo concettuale della fiaba, da cui il povero maschio della tigre è escluso.

La sua dipartita in una storiella è, in fondo, peccato veniale, ma assume proporzioni nazional-culturali quando il povero tigre comincia a essere defenestrato dai programmi televisivi, dalla politica, dai telegiornali e - come non bastasse - si cerca di surrogarlo con ghepardi, gatti, o peggio ancora liocorni. Eppure in molti casi la soluzione è assolutamente a portata del linguaggio, solo che la rifiutiamo, scegliendo di oltraggiare il pensiero.

Prendiamo il termine antisemitismo: inteso come ostilità verso gli ebrei, può ancora funzionare – per quanto del tutto impreciso – fintanto che lo attribuiamo, ad esempio, a europei e americani, non certo quando si tratta del sentimento di odio etnico-religioso da parte di popoli di fede islamica, semiti tanto quanto gli ebrei! Non risolve il problema la parola antisionismo: ha un accezione politica che ci allontana dal campo semantico di antisemitismo. Esiste invece un termine del tutto appropriato che è antigiudaismo, ma ahimè, non è 'branded' e viene quindi beatamente snobbato.

Consideriamo adesso l’espressione "Medio oriente", usata quotidianamente per Paesi come Israele, Palestina, Libano, Giordania… Visto che l’Estremo oriente incomincia con la Cina, questo Medio oriente assume dimensioni smisurate, dall’India al Mediterraneo! E il Vicino oriente? Dove è andato a finire? Defenestrato come il tigre? Temo di sì. Ma perché? Possiamo scegliere tra la pigra abitudine a un lessico approssimativo e motivazioni di ordine psicologico: Israele, Palestina, Libano, Giordania sono troppo turbolenti, troppo associati a un’idea di guerra e terrorismo permanenti perché la mentalità europocentrica tolleri l’idea di una loro vicinanza geografica. Quindi, niente Vicino oriente, al massimo Medio. Ed ecco che, quasi senza accorgercene, siamo già entrati nel campo della politica, del potere psicagogico della sua retorica: un linguaggio drogato e drogante, che da un lato si mutila delle parole più efficaci e particolari (spazzando via i corrispettivi concetti), dall’altro inflaziona termini più generici (libertà, bene, democrazia) e tanto ne gonfia l’estensione (l’insieme delle realtà a cui sono applicabili), quanto, inversamente, ne riduce l’intensione (“il particolare e preciso contenuto, la qualità o proprietà individuale” [treccani.it]).

Un anelito verso l’universale, insomma, ma - ahinoi – niente affatto nobile, perché mira a scansare quel fastidioso ingombro chiamato realtà concreta.

“Il ricorso all’universale non è una forza del pensiero ma una infermità del discorso”, ci ricorda Eco. Com’è allora che queste arance siringate, asfittiche, che faticano a riempire mezzo bicchiere, riescono a dissetare molti? Come possono queste nuvole di gambero, diafane e dal sapore tenue, sfamare certuni come un arrosto?

Sospetto che il degrado culturale dell’ultimo quarto di secolo abbia reso molti stomaci piccoli e senza pretese. È arduo altrimenti spiegare perché mentre nel teatro della politica si evocano ancora i fantasmi esangui di liberalismo, comunismo, stalinismo, fascismo, quasi fossero sostanze storiche di stretta attualità, nella categoria del diritto si include più facilmente la copertura satellitare del nostro cellulare che la possibilità di scegliere l’eutanasia, o con chi vogliamo sposarci.

Di continuo ci sono propinate enormi bistecche anabolizzate che alla prova della padella si riducono a monete gommose: l’anticomunismo di Berlusconi (“versione casereccia della teoria manichea dell’ asse del male che regge la politica della principale potenza mondiale” suggerisce Pietro Folena) s’impernia su un’attribuzione iperestesa – nonché anacronistica – di comunismo a soggetti politici in cui ormai è difficile trovare la qualità particolare che il termine comunismo richiede (intensione). Ma anzi, l’iperestensione del termine comunismo è tale da travalicare la categoria del politico: diventa comunismo tutto ciò che non appartiene all’ordine del Berlusconi-pensiero (potenzialmente, da Emergency a Renato Zero).

Come se il linguaggio non avesse già i suoi problemi!

Ad esempio, si trova in serio imbarazzo con le definizioni. Le definizioni, si sa, son fatte per genus proximum et differentiam specificam, indicando cioè un genere prossimo e una differenza specifica, che come uccellini e nidi devono prendere posto in un albero delle specie e delle differenze, un albero che nemmeno Aristotele “riesce mai ad applicare in modo omogeneo e rigoroso” (U. Eco, ibidem).

Dopo il tigre, emblema di un pensiero depauperato dal linguaggio, occupiamoci del pipistrello di Esopo, che per il suo uso astuto dell’imbarazzo definitorio, è il perfetto totem dei parolai politici:

Un pipistrello, caduto per terra, fu afferrato da una donnola e, mentre stava per esser ucciso, la pregava di risparmiarlo. Quella dichiarò che non poteva lasciarlo andare, perché essa era per natura nemica di tutti gli uccelli. Allora il pipistrello spiegò che esso non era un uccello, ma un topo, e così fu lasciato andare. Più tardi cadde di nuovo, fu preso da un’altra donnola, e pregò anche quella di non divorarlo. Quella rispose che essa odiava tutti i topi, e il pipistrello, dichiarando che non era un topo bensì un uccello, se la cavò di nuovo. Ecco come fu che, con un cambiamento di nome, il pipistrello riuscì a sfuggire due volte alla morte. 



Stiamo alla cronaca d’oggi. Il pipistrello italiano vuole papparsi una preda: partecipare in qualche modo alle manovre contro la Libia per trarne vantaggio, o quanto meno per limitare gli svantaggi derivanti della situazione di quel Paese. E ha necessità di tenersi buone due donnole: la NATO e l’opinione pubblica nazionale. Che può fare? Per prima cosa, prende tempo con entrambe e compie una serie di svolazzi sempre più stretti sulla preda: l’Italia non parteciperà ad azioni militari contro la Libia. Anzi no: offrirà solo un contributo logistico. Anzi, no: invierà aerei, ma non a scopo di bombardamento, solo per guastare i radar nemici. Anzi no: i caccia italiani useranno dei missili, ma solo su obiettivi militari. La donnola NATO, alla fine, è accontentata.

E la donnola dell’opinione pubblica? Beh, ora che l’Italia è in guerra, il pipistrello deve dare l’impressione che in realtà non ci è entrata e sostenere che ciò che sembra, in realtà non è. La soluzione più economica è formulare una definizione di guerra che non corrisponda ai termini dell’attuale coinvolgimento italiano nelle operazioni.

Così, il 27 aprile scorso, ci troviamo le seguenti dichiarazioni.

Il Ministro degli Esteri Frattini: “Esclusa l’azione di terra, o colpiamo con singole azioni aeree mirate i carri armati di Gheddafi o lasciamo consapevolmente uccidere civili a centinaia o forse a migliaia. Ecco perché non possiamo tirarci indietro”.

E parla di “operazioni chirurgiche”, “senza provocare danni”.

Il Ministro della Difesa La Russa spiega che non si tratta di una svolta dell’impegno italiano nel Paese e che il terminebombardamenti è “fuorviante”. Si tratta invece di “un adeguamento dell’Italia agli sforzi della comunità internazionale attraverso l’aumento dell’efficacia del suo intervento all’interno della stessa strategia”.

L’Italia, quindi, non è in guerra perché “colpisce senza far danni” e soprattutto perché non impiega truppe di terra. In altre parole il nostro pipistrello dice a una donnola che non è un uccello, e all’altra che non è un topo.

Immagino non serva riportare le definizioni di guerra ebombardamento proposte dall’enciclopedia Larousse. Ma vale la pena ripetere la definizione di bombardamento dell’enciclopedia La Russa (e potrebbe essere, sia chiaro, l’enciclopedia D'Alema):adeguamento del contributo agli sforzi della comunità internazionale attraverso l’aumento dell’efficacia dell’intervento all’interno della stessa strategia.

L’evanescenza di una dichiarazione del genere corrisponde a quella che Calvino, negli anni ‘60, chiamò l’antilingua, una lingua che tanto aborre la pestilenziale, oscena concretezza del reale da tradurne ogni oggetto, ogni azione, ogni manifestazione in categorizzazione astratta. Questo vecchio linguaggio burocratico e politichese, proprio della Prima Repubblica, è oggi eroso dallaneolingua della nuova politica, geneticamente mescolata al marketing e caratterizzata da moduli espressivi quali lo sparagrossismo e lo slogan. Tuttavia non è strano che alla neolingua si preferisca ancora l’antilingua vecchia maniera nell’affrontare una faccenda spinosa come una guerra fuori dalla porta di casa, in cui c’è molto da perdere e quasi nulla da guadagnare, e sulla quale conviene investire poco ed esporsi ancora meno (la dura lex dei sondaggi!).

Ma mentre l’antilingua, per aggirare la concretezza, accumula neologismi e neoperifrasi in chiave astratta, la neolingua riduce il lessico e svuota di sostanza le parole che conserva.

È un procedimento già prefigurato da George Orwell in 1984, come ricorda opportunamente Pietro Folena:

“Stiamo dando alla lingua la sua forma finale…Tu crederai che il lavoro consista nell’inventare nuove parole. Neanche per sogno! Noi distruggiamo le parole…centinaia ogni giorno. Stiamo riducendo la lingua all’osso”. Sì, perché nel dominio totalitario di Oceania, la cultura e il pensiero critico sono il principale pericolo. “Il principale intento della neolingua consiste nel semplificare al massimo le possibilità di pensiero”. Lo “psicoreato” (e cioè il delitto di pensiero) diventerà impossibile perché non ci saranno più le parole per esprimerlo.
 

L’orrore per il procedimento argomentativo, per l’articolazione e l’estensione del discorso arrivano al punto paradossale di esporre a critiche di anacronismo la caleidoscopica retorica, non di rado letteraria e umanistica, di Nichi Vendola: il suo bagaglio culturale, la proprietà di linguaggio e di organizzazione del discorso, la capacità di coagulare aspetti apparentemente scollegati della nostra realtà secondo una coerenza che diventa poco alla volta manifesta a chi ha la pazienza di ascoltarlo, risultano obsoleti, fuori luogo, completamente esorbitanti i tempi degli sketch, dei battibecchi televisivi, delle balconate mussoliniane cui ormai si è adattata la quasi totalità dell’arco parlamentare.

La neolingua della politica preferisce infatti lo slogan, perché lo slogan consente di vendere un’idea senza la fatica di doverla argomentare. Lo slogan è un assioma che piace, che ti prende perché suggestiona, come uno spot ben riuscito, o un fotogramma lisergico di David Lynch. Non pretende argomenti, anzi ne ha orrore. “Sottratto ab aeterno a ogni razionale discussione” (R. Ronchi, Parlare in neolingua), è il dionisiaco non temperato dall’apollineo.

Una volta i giornalisti distillavano, e se necessario forzavano, lunghe dichiarazioni in antilingua per estrarre dal cilindro dei titoli suggestivi. Ora gli basta riportare paro paro lo slogan sfornato direttamente dalla neolingua dei politici e pronto, ancora fumante, per essere consumato all’ora di cena davanti al televisore.




4 maggio 2011







Riferimenti bibliografici:

http://taccuinoanacronistico.blogspot.com/2010/11/tra-semiotica-mercato-e-pretesa.html

http://www.mariannetv.eu/2010/08/03/riflessioni-su-il-linguaggio-della-politica-e-quello-del-supermercato-intervento-di-giuseppe-pasero/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/27/libia-frattini-riferisce-in-camera-e-senatoo-colpiamo-o-lasciamo-uccidere-i-civili/107387/

http://www.pietrofolena.net/blog/?page_id=9

Umberto Eco, Kant e l’ornitorinco

Italo Calvino, Fiabe italiane

Italo Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società

Esopo, Favole 

George Orwell, 1984

Fukushima e la mano di Dio

All’indomani del terremoto in Giappone, Roberto de Mattei, vicepresidente del CNR, è stato intervistato dall’emittente Radio Maria, facendo proprie alcune riflessioni di mons.Mazzella, arcivescovo di Rossano dal 1898 al 1917, a proposito del catastrofico terremoto di Messina del 1908. Come normalmente accade, la sintesi giornalistica ha concentrato un discorso più ampio in un asserto perentorio: “Il terremoto in Giappone: un castigo divino”. Probabilmente è stata questa formulazione, più che il tenore complessivo del discorso (quanti lo avranno ascoltato o letto per intero?), a irritare molti. Dunque vale la pena, prima di qualsiasi analisi o commento, riportare le affermazioni originali di Mazzella/De Mattei:


“…in primo luogo le grandi catastrofi sono una voce terribile ma paterna della bontà di Dio, che ci scuote e ci richiama col pensiero ai nostri grandi destini, al fine ultimo della nostra vita, che è immortali (sic). Infatti, se la Terra non avesse pericoli, dolori, catastrofi, la Terra eserciterebbe su di noi un fascino irresistibile, non ci accorgeremmo che essa è un luogo di esilio, e dimenticheremmo troppo facilmente che noi siamo cittadini del cielo."
Ma in secondo luogo, osserva l’arcivescovo di Rossano Calabro (scil. Mons. Mazzella), le catastrofi sono talora esigenza della giustizia di Dio, della quale sono giusti castighi. Infatti, alla colpa del peccato originale che tocca tutta l’umanità, si aggiungono nella nostra vita le nostre colpe personali: nessuno di noi è immune dal peccato e può dirsi innocente; e le nostre colpe possono essere personali o collettive, possono essere le colpe di un singolo o quelle di un popolo, ma mentre Dio premia e castiga i singoli nell’eternità, è sulla Terra che premia o castiga le nazioni, perché le nazioni non hanno vita eterna, hanno un orizzonte terreno.
Nessuno può dire con certezza se il terremoto di Messina ieri, o quello del Giappone oggi, sia stato un castigo di Dio, sicuramente è stata una catastrofe. E, scrive Mons. Mazzella, la catastrofe è un fenomeno naturale che Dio ha potuto introdurre nel suo piano di creazione per molteplici fini degni della sua sapienza e bontà. Ha potuto farlo per raggiungere un fine della stessa natura ottenendo per mezzo di una catastrofe un bene  fisico più generale, come quando con una tempesta di venti che produce danni si purifica l’aria. Ha potuto farlo per un fine di ordine morale, come per esempio acuire il genio dell’uomo, eccitarlo a studiare la natura per difendersi dalla sua potenza distruggitrice, e così determinare un progresso della scienza.
Ha potuto farlo per uno dei fini per i quali la fede ci dice che talora l’ha fatto, come sarebbe quello di infliggere ad una città un esemplare castigo. Ha potuto farlo per un fine a noi ignoto. Per quale fine Dio ha operato in un caso speciale? Per quale fine Messina e Reggio sono state distrutte? Chi potrebbe dirlo? È possibile fare delle congetture, non è possibile affermare alcuna cosa con certezza. Intanto per noi al nostro scopo basta la sicurezza che le catastrofi possono essere, e talora sono, esigenza della giustizia di Dio.
De Mattei ha pure rincarato la dose, assimilando la distruzione di Varsavia nel secondo conflitto mondiale a quella di Sodoma e Gomorra:
«Il signore annunciò a santa Faustina Kowalska il castigo di una città, Varsavia, per i peccati che in essa si commettevano, soprattutto l’aborto, che è l’uccisione inerme nel grembo della madre.”

Alla pratica dell’aborto, de Mattei ha incluso, per motivare la punizione divina di Varsavia, l’omosessualità degli “invertiti” che vi abitavano, proprio come nel caso delle due città bibliche.
De Mattei, oltre che vicepresidente del CNR, è docente di Storia moderna e contemporanea presso l’Università Europea di Roma, nonché direttore della rivista “Radici cristiane” e – come si può arguire - un convinto cattolico. Niente di strano allora che possa sostenere l’idea dell’immanenza di Dio nel mondo e persino di un Dio che interviene direttamente nella storia. Va peraltro considerato che, mentre nel 2009 de Mattei aveva promosso a Roma un convegno incentrato sulla contestazione dell’evoluzionismo darwiniano, da cui il CNR prese le distanze, questa volta ha espresso le sue posizioni nel contesto ben diverso di una radio religiosa.
Allora, per lo meno in linea di principio, quando de Mattei parla in qualità di cattolico in una emittente cattolica, non può e non deve essere attaccato in base all’argomento che è vicepresidente del CNR. Altrimenti ne deriverebbe la conseguenza assurda che egli, un attimo prima di assumere questa carica e un attimo dopo averla deposta, diventa automaticamente legittimato a farlo, come se i diritti inalienabili valessero a singhiozzo! La vera discriminante è quindi la circostanza: una conferenza stampa, una partita di golf, l’inaugurazione di un oratorio… Eppure mi resta il dubbio che, in fondo in fondo, la causa dello scandalo sia l’opinione in sé, e non il fatto che la esprima un alto rappresentante del Consiglio Nazionale per la Ricerca. La polemica mi pare anzi confermare come l’intolleranza del pensiero dominante verso le altre forme di pensiero non muoia mai, manifesta o strisciante che sia. E non vale lamentarsi delle ingerenze della Chiesa in questioni su cui il nostro Stato laico dovrebbe scegliere in piena autonomia: se ciò accade è perché la politica lo permette, per interesse, per paura, per tornaconto. La situazione non giustifica l’intolleranza tout court verso argomentazioni di ispirazione religiosa, tanto più che oggi, di fatto, predominano una mentalità e costumi largamente laicizzati e ‘scientificizzati’. È per altro una ‘scientificizzazione’ spesso grossolana, persino ignorante, condizionata da un progresso delle conoscenze che procede in modo disorganico, per addizioni indipendenti. L'integrazione delle diverse sfere culturali non solo è scansata per ottusità o pigrizia mentale, ma è sovente guardata con sospetto, ed evitata come indebita invasione di campi. Vi si preferisce la via facile dell’apartheid: rigidissimo tra scienza e religione, più sfumato tra scienza e filosofia e tra filosofia e religione, una specie di spartizione delle aree di influenza da guerra fredda, insomma, ma giocata sull’educazione dei popoli. È ciò che di più lontano vi è dall’umanesimo e purtroppo, la modalità con cui oggi le conoscenze vengono diffuse e recepite impedisce di fatto la realizzazione su larga scala di un neoumanesimo.
Questa inconciliabilità tra sfere è illustrata bene da un commento su Isaac Newton del professore di logica Piergiorgio Odifreddi, noto opinionista televisivo: “Chissà quante altre scoperte scientifiche avrebbe compiuto Newton se non avesse dedicato tanto tempo a cercare segreti mistici nella Bibbia e a studiare la kabbalah!”
È una domanda retorica di stampo anti-umanistico, tipicamente dogmatica, a cui se ne dovrebbe contrapporre un’altra: “Chissà se Newton avrebbe fatto tutte quelle scoperte scientifiche se non si fosse dedicato anche alla Bibbia e alla kabbalah?” Non è una semplice provocazione: le scoperte scientifiche infatti non seguono quasi mai un procedimento lineare e geometrico, tendono invece a realizzarsi per serendipità, con vere e proprie scommesse, intuizioni inconsulte, potremmo dire divinazioni di una legge della natura (cfr. U. Eco, L'abduzione in Uqbar, in Sugli specchi e altri saggi, ove si fa l’esempio delle leggi di Keplero).

E veniamo ora a questo scontro frontale tra le due sfere in massima opposizione: religione e scienza, de Mattei da un a parte e i difensori del buon nome del CNR dall’altra: c’è la mano di Dio dietro il terremoto e lo tsunami in Giappone?
Se ora, resistendo alla tentazione di respingere in blocco questa tesi di sapore clerical-millenaristico, rileggiamo quanto è stato affermato da Mazzella/de Mattei in modo più speculativo, ci accorgiamo di una cosa: non si sostiene che il terremoto è innaturale, cioè che è il risultato di una violazione delle leggi note della fisica (come potrebbe essere invece l’immagine di Cristo impressa sulla Sindone), ma che esso costituisce una punizione divina. Dio manifesta il suo disappunto agendo sul mondo, ma rispettando le regole con cui il mondo funziona. La volontà di Dio è quindi la causa prima, remota, impercettibile e trascendente, mentre la causa prossima - il meccanismo che attua il segno divino - è interamente compresa entro le leggi naturali. Stringendo stringendo, il metafisico imprime una direzione al fisico. E già sento Karl Popper affermare che proprio perché si tratta di ipotesi metafisica, e quindi non falsificabile, non ha nulla di scientifico; che - non essendo la metafisica scienza né gli enti della metafisica oggetto di scienza - questa non è deputata a verificare per il terremoto giapponese un nesso del genere. E allora… e allora a che serve stare a discutere?
Già, religione e scienza sono sfere troppo distanti, incomunicabili. Ecco perché è il caso di abbandonare, almeno per il momento, l’interpretazione religiosa. Certo ci sono a disposizione dei buoni argomenti per criticarla, dal suo interno e anche dall’esterno, e non già di tipo scientifico (ricadrei nello stesso impasse), bensì etico-filosofici. Ma per adesso, stabiliamo con de Mattei una tregua e anzi, chiediamogli in prestito il succo della sua tesi. Per farne cosa? Per de-metafisicizzarlo, per compiere una sorta di virtuoso riciclaggio di denaro sporco, per vedere se, in una diversa prospettiva abbiamo qualche chance in più di dialogare con la scienza.
In definitiva, che cosa distingue – nell’idea di de Mattei – un terremoto qualsiasi da un cataclisma voluto da Dio? Non la loro meccanica che, abbiamo visto, è in entrambi parimenti naturale. A distinguerli è la presenza, nel terremoto ‘divino’, di un fine, di un intento. Ora, vedere intenzionalità in un fenomeno naturale significa attivare un’interpretazione. Sia chiaro che la scienza fa esattamente lo stesso: quando indaga i fenomeni, tenta in primo luogo di interpretarli, poi cerca attraverso metodi di verifica di confermare l’ipotesi interpretativa. L’uomo interpreta gli eventi della natura da migliaia di anni: chi attribuiva il fulmine all’ira divina compiva un atto interpretativo esattamente come chi per la prima volta propose di spiegarlo con lo sfregamento di nubi caricate elettricamente.

Siamo a questo punto nelle condizioni di scremare gli oppositori di de Mattei in due gruppi: gli ultrà e i moderati. Gli ultrà non concepiranno nemmeno l’idea che un terremoto possa essere guidato da un’intenzione. Davanti a loro, quindi, noi deponiamo le armi. I moderati, invece, ammetteranno questa possibilità ma pretenderanno in cambio dei candidati più credibili di Dio. È a loro che ci rivolgiamo adesso, proponendogliene giusto un paio, via via più più smarcati dal trascendente.
Il primo è l’anima del mondo. Facciamo qui riferimento soprattutto al pensiero di Schelling, il quale individua nella Natura una forza unitaria, una forma latente di spirito (una coscienza ‘addormentata’) che scorre invisibilmente nelle cose. In questo senso, fenomeni e forze come il magnetismo, la luce, l’elettricità, i processi biologici - non determinabili attraverso criteri puramente matematici e quantitativi - sono manifestazioni di una coscienza primitiva che guida il mondo, gli trasmette tensione, gli dà una direzione. La natura è uno spirito pietrificato, una intelligenza primordiale, non così consapevole di sé da dire a se stessa “Io sono”, ma abbastanza per imprimere alle varie componenti del mondo movimento e direzione (magnetismo, luce, processi biologici). Il regno degli organismi viventi, in particolare, è il campo d’azione di forze quali sensibilità, eccitabilità e capacità riproduttiva. La vita organica è ciò in cui si manifesta più chiaramente il carattere finalistico, intenzionale della natura: l’autoconservazione. L’uomo è al vertice della gerarchia della natura, in quanto il suo spirito è la manifestazione più consapevole, ‘intelligente’ dell’anima del mondo. Per chi non se ne fosse accorto, siamo entrati nella filosofia della natura; non abbiamo abbandonato del tutto il metafisico, ma almeno ci siamo affrancati dell’ingombrante presenza di Dio (a meno, ovviamente, di considerare l’anima del mondo un principio divino). E - cosa non secondaria - concetti come intenzione e fine, che nella formulazione da profeta veterotestamentario di de Mattei fanno venire la scabbia ai laici, qui provocano un po’ meno prurito, innestati come sono nel mondo fisico-organico (istinto di sopravvivenza, istinto alla riproduzione…) .
Il secondo candidato è Gaia, o meglio una versione più spinta della cosiddetta ipotesi Gaia, di cui riporto qui la descrizione offerta da Wikipedia:
L'ipotesi Gaia è una teoria formulata per la prima volta dallo scienziato inglese James Lovelock nel 1979 in "Gaia. A New Look at Life on Earth".
Nella sua prima formulazione l'ipotesi Gaia, che altro non è che il nome del pianeta vivente (derivato da quello dell'omonima divinità femminile greca, nota anche col nome di Gea), si basa sull'assunto che gli oceani, i mari, l'atmosfera, la crosta terrestre e tutte le altre componenti geofisiche del pianeta terra si mantengano in condizioni idonee alla presenza della vita proprio grazie al comportamento e all'azione degli organismi viventi, vegetali e animali. Ad esempio la temperatura, lo stato d'ossidazione, l'acidità, la salinità e altri parametri chimico-fisici fondamentali per la presenza della vita sulla terra presentano valori costanti. Questa omeostasi è l'effetto dei processi di feedback attivo svolto in maniera autonoma e inconsapevole dal biota. Inoltre tutte queste variabili non mantengono un equilibrio costante nel tempo ma evolvono in sincronia con il biota. Quindi i fenomeni evoluzionistici non riguardano solo gli organismi o l'ambiente naturale, ma l'intera Gaia.
Il sistema Gaia, che non è identificabile né con il termine biosfera, né con biota, che sono solo due elementi che la compongono […]Un fattore inquinante dell'intera Gaia sono certamente le attività e l'ambiente costruito dall'uomo, che anche se non facente parte del sistema, interagisce fortemente con esso modificando i fattori limitanti (temperatura, composti chimici ecc.).

Si potrebbe formulare una versione più spinta della teoria Gaia, attribuendo al pianeta vivente un carattere cosciente: non solo Gaia preserva in modo consapevole l'omeostasi, ma percepisce chiaramente la presenza dell’uomo e l’insieme delle attività antropiche, considerandole qualcosa di estraneo, di artificiale, destabilizzante e tanto pericoloso da mettere a repentaglio l’esistenza stessa di Gaia. E così Gaia reagisce aggredendo con tutti i mezzi a sua disposizione l'uomo, con virus, malattie e persino catastrofi climatiche e terremoti. Lo scopo potrebbe essere sia ridurre la numerosità della specie umana, sia dissuaderla da certi comportamenti distruttivi. Chi ritiene di poter bollare con sicurezza questa teoria di fantascientificità o parascientificità dovrebbe soffermarsi a riflettere sul proprio corpo e su come funziona: noi non diamo al nostro organismo ordini coscienti, simili a 'cammina', 'prendi quell'oggetto', quando facciamo intervenire le piastrine per fermare un'emorragia, o reagiamo a un'infezione di cui magari ignoriamo la presenza e via dicendo. Anzi, il nostro corpo, indipendentemente dal nostro “Io” cosciente, si comporta con una intelligenza propria, allo scopo di preservarsi in salute: di nuovo, con intenzione e finalità. E lo fa senza chiamare in causa le funzioni del cervello, possedendo una memoria e delle istruzioni distribuite in ogni suo organo.

Qualcuno storcerà comunque il naso, e sosterrà che sia con l’anima del mondo sia con Gaia non siamo molto lontani dall’ilozoismo di Talete (per cui la materia è intrinsecamente animata) o dalla simpatia universale degli Stoici. Ma è normale che sia così, perché si tratta pur sempre di interpretazioni della realtà, con tutti i loro limiti . Eppure anche la scienza ha dei limiti, suoi costitutivi, per i quali, innanzi a certi dati di fatto – ad esempio che certe particelle elementari ‘danzino’ in un certo modo, che abbiano un senso di rotazione (spin) piuttosto che un altro - non può andare oltre un’ipotesi di interpretazione. Prendiamo un esempio più semplice: la gravitazione universale. La scienza la riconosce e la descrive, ma non è in grado di spiegarla. Non è costitutivamente in grado di motivare il fatto che le masse si attraggono, invece di respingersi o di restare indifferenti l’una all’altra. È appunto quando non è possibile andare oltre delle proposte di interpretazione, che entrano in gioco  filosofia e religione. Il caso più macroscopico è l'esistenza della materia che ha consentito il big bang. Che ci faceva lì? In termini ancora più chiari: la scienza può spiegare solo ciò che è dato, ossia ciò che esiste, ma non è in grado si dire perché esiste qualcosa piuttosto che niente.
Tornando quindi alla gravitazione universale, nessuna proposta di interpretazione sarà mai confortata per via scientifica, per quanto si ammanti di scientificità, né potrà mai pretendere di avere maggior valore, per esempio, di quella di un Giordano Bruno, il quale descrisse il rapporto tra sole e pianeti come una sorta di attrazione amorosa, di desiderio di calore.
Quando pensiamo al dogmatismo, ci viene in mente subito, per abitudine culturale, la Chiesa di Roma, il Credo niceno, la verginità di Maria. È così facile e naturale che non ci poniamo il dubbio che il virus del dogma abbia anche altre forme, conscie e inconscie: ad esempio il dogma che ciò che non è scientifico è perciostesso non-razionale, ossia senza misura, senza regola, caotico; oppure il dogma che ciò che non è scientifico confligge necessariamente con quanto attiene la scienza. In particolare piace, perché rassicurante, ritenere certo e acquisito ciò che non lo è, e irrazionalmente – questa volta davvero irrazionalmente – ci si sente maggiormente legittimati ad applicare questo improvvido passaggio mentale proprio ai contenuti della scienza, e non ci si rende conto di essere laicamente dogmatici, laicamente fideisti. Ancora, si dà per scontato che noi disponiamo dei mezzi più avanzati che la tecnologia è in grado di inventare, mentre per motivi di mercato, la tecnologia si impegna a produrre beni e strumenti meno efficienti di quanto effettivamente potrebbe, affinché entro un tempo ragionevole diventino obsoleti, smettano di funzionare e debbano essere sostituiti. C’è chi si affida al magistero della Chiesa, e chi al magistero dei tecnocrati.
Il più palese e culturalmente rilevante dogma è la comune e tradizionale concezione della realtà come un insieme di due componenti distinte - materia solida e vuoto - regolato da un principio di causalità trascendentale che si innesta nella dimensione del tempo (in soldoni, a una causa segue un effetto). La fisica quantistica rivela invece che, al suo livello più intimo, la materia non corrisponde affatto all’idea che ci eravamo fatti da Aristotele fino al principio del XX secolo, e il nesso di causalità nel tempo non ha validità, perde anzi di significato. Tuttavia, essendo i contenuti della quantistica difficilmente divulgabili (perché non esprimibili attraverso il linguaggio verbale né chiaramente visualizzabili), la nostra civiltà continua ad avere una concezione della realtà ancora di tipo newtoniano, risalente cioè al XVII secolo. È una concezione pratica, ovviamente, perché valida a livello ‘macro’ e quindi funzionale alla vita di tutti i giorni, ma finché non diventiamo consapevoli della sua pura strumentalità e della sua fondamentale non assolutezza, siamo a nostra volta dogmatici.
Con tutto questo discorso non intendiamo favorire una tesi a svantaggio di un'altra, ma salvaguardare la libertà di pensiero contro atteggiamenti intolleranti che si spacciano o si credono manifestazione del libero pensiero, molto spesso condizionati dall'avversione preventiva contro l'aspetto, il carattere, l'estrazione sociale, politica, religiosa di chi la esprime. Se non ci togliamo da davanti questi elementi pregiudiziali, ci neghiamo l'opportunità di trovare nelle opinioni dell'altro quel quid che inaspettatamente condividiamo.
E allora, prima di sobbalzare dalle sedie e scandalizzarci per le dichiarazioni di de Mattei, domandiamoci di nuovo se siamo indignati perché quest’uomo è vicepresidente del CNR, oppure se la sua dichiarazione ci infastidisce a prescindere. Potremmo scoprire che mentre credevamo di combattere il dogmatismo oscurantista di un de Mattei, in realtà gliene stiamo solo contrapponendo un altro, eguale e contrario. Quanto è facile trovare intorno a noi dei de Mattei, e quanto è difficile vedere quello che è dentro di noi.

23 maggio 2011

Mondi ed enciclopedie alternativi: un’incursione nel mondo della Disney

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In una storia Disney che lessi molti anni fa,  Paperino doveva affrontare un pericolo e Paperone, rimproverandolo di essere un fifone, lo sgrida così:   Nipote, sii uomo per una volta!

Paperino risponde:Come faccio a essere un uomo? Io sono un papero!

Questa battuta strappa il velo della finzione, ricordandoci di punto in bianco che abbiamo di fronte un mondo inventato. Infatti, nel momento in cui  fruiamo di un'opera di fantasia, siamo chiamati ad accettarne le regole, le leggi, anche (o soprattutto) perché divergono - talvolta parecchio - da quanto ci insegna l'esperienza reale.

Il lettore, lo spettatore di cinema o di teatro, accetta di attuare la sospensione dell'incredulità (o del dubbio, come si esprime Samuel T. Coleridge, che la teorizzò per la prima volta). Quando però la natura fittizia di un'opera di fantasia è  denunciata dall'interno dell'opera stessa (con un brusco risveglio dalla sospensione del dubbio) allora si produce il cosiddetto straniamento (o Verfremdung, per usare il termine originale coniato da Brecht).  È quanto Paperino ha fatto con la sua battuta.

I mondi alternativi non sono tutti uguali. Innanzitutto si differenziano per un diverso grado di alienità rispetto al nostro: dalle ambientazioni ucroniche come la Terra del Pianeta delle scimmie e utopiche come la Terra di mezzo di Tolkien, agli universi paralleli in cui la realtà è identica alla nostra tranne per alcuni dettagli (Napoleone ha vinto a Waterloo, non esiste la cocacola eccetera). A seconda poi dell'accuratezza della loro ricostruzione e della congruità delle leggi che ne regolano il funzionamento, ognuno di questi mondi può risultare più o meno dettagliato, coerente, sensato. A conti fatti accettare un mondo alternativo non impedisce di esercitare il senso critico; piuttosto, la nostra accettazione o meno di quel mondo presume un esercizio critico.

Ora, ad ognuno di questi mondi fittizi, come al nostro, corrisponde una particolare enciclopedia, ossia un insieme di nozioni che sono frutto delle esperienze che quel mondo consente di fare ai suoi abitanti. Se dunque creiamo un mondo di fantasia, dobbiamo sempre tenere presente l'enciclopedia che inevitabilmente gli si forma attorno (in uno di questi mondi, ad esempio, è risaputo che Napoleone a Waterloo vinse, e così è' scritto in tutti i libri di scuola, per cui l'espressione proverbiale "una Waterloo" non indica una sconfitta clamorosa, ma un grande successo).

Saremo allora obbligati ad affrontare preliminarmente ogni possibile conflitto   tra regole del nostro mondo e tra il mondo e la sua enciclopedia? Certamente no, ed è già dubbio che sia possibile individuarli tutti a priori, essendo il loro numero virtualmente infinito.

Ma se non ci poniamo affatto il problema, il rischio è di dover risolvere  paradossi (che però magari hanno risvolti interessanti e creativi) o peggio contraddizioni (che per lo più non hanno nulla di divertente né di creativo) quando ormai les jeux sont fait, cioè quando le regole con le quali intendevamo fondare il nostro mondo sono state già poste e su di esse abbiamo basato quanto finora di quel mondo è stato detto e raccontato. 

Se non ci interessa o non siamo in grado di risolvere a posteriori tali problemi, la soluzione meno dispendiosa è non trattare mai le situazioni più problematiche e lasciare alla luce del sole unicamente le stranezze tollerabili.

Vedremo come tutto questo discorso si applica al mondo e all'enciclopedia Disney.




2


Nel mondo reale (MR) un cane è cane in quanto mammifero con un certo patrimonio genetico che ne determina morfologia e fenotipo: è quadrupede, ha una particolare conformazione cranica, una certa dentatura e una serie di caratteristiche, come l'incapacità di parlare, che al di là delle varie razze ce lo fa riconoscere sempre e comunque come cane, per cui diciamo: "questo è un cane" e "questa è la testa di un cane".

Di conseguenza, nell'enciclopedia del mondo reale (ER), un corpo umanoide con testa di cane è un impossibile (escluso dalla nostra esperienza naturale), e come tale   lo enciclopedizziamo in particolari categorie: mostro (un licantropo?) o essere leggendario (i cinocefali dei bestiari medievali) o divinità pagana (Anubi, anche se propriamente un dio sciacallo). Ciò che caratterizza questo essere, quindi, è l'avere una testa non pertinente, che assume qualche significato simbolico e allude a una particolare qualità, a una prerogativa speciale.

Ma gli abitanti del mondo Disney (MD) non mappano un corpo umanoide con testa di cane come impossibile dell'esperienza, in quanto non percepiscono la testa canina  come non pertinente. Tale figura è percepita né più né meno come il corpo di un essere umano, ovvero uno dei possibili corpi umani.

Dunque, nel MD, la mappatura mentale che consente di distinguere su base morfologica Pippo (essere umano) da Pluto (cane) è più sottile rispetto a quella del MR: la testa non è una discriminante sufficiente, per cui diventano fondamentali i confronti: bipede vs quadrupede, mano vs zampa. E ancora, mentre nell'ER, di fronte a un cinocefalo potremmo avere il dubbio che esso comunichi parlando e non invece abbaiando, nell'enciclopedia del mondo Disney (ED) la postura eretta di Pippo e le sue mani con pollice opponibile sembrano autorizzare, da sole, la conclusione che egli sia dotato di parola.

Arriviamo dunque al paradosso: se io decapito Pippo e Pluto e mostro le due teste a un rappresentante del MD, come potrà questi distinguere senza esitazione l'uomo dal cane?

Ecco, questa è una delle situazioni incongrue che gli ideatori del MD dovrebbero evitare, a meno di creare ad hoc delle disneyane bizzarrie, immaginando ad esempio una gerarchia delle qualità in cui la caninità che noi percepiamo identica nella testa di Pippo e di Pluto si manifesta invece nel MD con due varianti: una "caninitàsoft "  prettamente umana (Pippo), e una "caninità spinta", o “supercaninità” (Pluto).  

Un altro esempio interessante: l'umanità Disney ha quattro dita per mano. Ma non è sufficiente applicare la sospensione del dubbio e assumere che in quella realtà avere quattro dita sia normale come nella nostra averne cinque.  Anche escludendo situazioni imbarazzanti come la coesistenza di questi personaggi tetradattilici con altri pentadattilici (in tal caso sempre perfettamente antropomorfi), dobbiamo supporre nell'ED la delezione di tutte le componenti della ER legate alla pentadattilia. Nel MD, pertanto, NON esistono o esistono in modo ingiustificato e incoerente:

- l'espressione "dammi un cinque!"

 -          l'intero sistema decimale

- il dito medio o il dito anulare o il dito mignolo, con relativi patrimoni di gesti, linguaggio, metafore eccetera

- strumenti e composizioni musicali che richiedono l'uso di cinque dita e così via...




3



In questa terza sezione voglio soffermarmi su alcuni aspetti curiosi dei fumetti Disney legati al tempo e alla coscienza.

Nel Mondo Disney (MD) è in atto una costante distorsione della realtà causata dalla collisione di più linee cronologiche e dimensionali.

La prima linea è quella della crescita biologica: i personaggi Disney non crescono, per cui potremmo dire che la loro linea biologica è ferma a t0 (zero) , o - se si vuole – che è una linea atemporale.

La seconda linea è la dimensione della memoria ‘evenemenziale’: nel loro agire, nel loro rapportarsi gli uni con gli altri, i personaggi Disney non fanno mai riferimento ad accadimenti precisi o a situazioni precedenti che li abbiano visti interagire tra loro. Nel MD la vita dei personaggi è immodificabile proprio perché non esiste memoria evenemenziale e senza memoria i personaggi non possono acquisire esperienze e aneddoti su cui fondare nuovi comportamenti. Gli unici ‘aneddoti’ ammessi sono per così dire degli archetipi, cioè esistono a priori, fuori dal tempo e dall’ambito di azione dei personaggi di quelle storie. Ad esempio, la giovinezza di Paperone all’epoca della corsa all’oro nel Klondike, come qualunque altro ricordo che ‘lo zione’ narra nelle storie che leggiamo è un dato preesistente, coevo e connaturato alla creazione del personaggio di Paperone da parte del suo inventore. Certo, è ovviamente possibile scrivere un episodio – come è avvenuto – sul giovane Paperone nel Klondike, ma questa è la trasformazione a posteriori  di un archetipo in episodio.  In relazione a ciò che per noi è Paperone (la sua identità, le sue qualità essenziali, ciò per cui egli è se stesso), la giovinezza nel Klondike ha in conclusione quasi lo stesso statuto del suo essere zio di Paperino, o della sua rivalità con Rockerduck, che sono relazioni necessarie per identificare il personaggio all’interno del suo mondo (cfr. Umberto Eco, “Lector in fabula”, passim). 

Se dunque i personaggi Disney agiscono esclusivamente sulla base di archetipi, ossia delle relazioni necessarie che ne permettono l’esistenza nel MD, risulta ora chiaro il legame stretto tra le prime due linee qui indicate: salvo catastrofi lamarckiane (come l’improvvisa trasformazione dei tre nipotini in adolescenti degli anni ’90 decisa dalla Disney) Qui Quo e Qua non possono crescere, perché la loro identità è garantita da quella relazione necessaria che è l’essere i piccoli nipotini di Paperino.

Vi è poi un ulteriore aspetto paradossale: ho detto prima che la giovinezza di Paperone nel Klondike è una sorta di ‘archetipo’ che ha quasi  lo stesso statuto di relazioni necessarie come  l’essere lo zio di Paperino. Ora, che questo dato biografico non non possa essere realmente necessario, è conseguenza del fatto che non èconservabile. Se infatti la linea di crescita biologica di Paperone si ferma a t0, la linea temporale del MD, per quanto lenta, invece si muove, adattandosi al MR dei lettori: in una Paperopoli  che per arredi, tecnologia, costumi, linguaggio è collocabile negli anni ’40-50’, è ammissibile l’esistenza di un Paperone che in gioventù ha partecipato alla corsa all’oro nel Klondike; non è ammissibile però in una Paperopoli  dove in ogni casa ci sono computer connessi ad Internet. Di conseguenza, la biografia anteriore al t0 di ciascun personaggio Disney è destinata o a essere taciuta, o a essere continuamente traslata in avanti. Il Paperone degli anni 2000 non ha partecipato alla corsa all’oro nel Klondike: il suo passato ha dovuto modificarsi.

Sulla linea di eventi del MD, mi soffermerò nella sezione successiva.






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C’è una terza linea crono-dimensionale, la più affascinante e forse la più inquietante, di certo la più ambigua, perché rappresenta l’autentico cordone ombelicale tra Mondo Disney (MD) e Mondo Reale (MR). E’ la linea evenemenziale del MD. Mentre le precedenti linee non hanno sviluppo temporale (sono delle istantanee che intrappolano le azioni e le menti dei personaggi), la linea evenemenziale del MD, per quanto lenta e sotterranea, si muove. Ciò è inevitabile, perché Paperopoli è una città di una versione alternativa degli Stati Uniti, e per quanto fantasiosa sia, i lettori dovranno riconoscerla attraverso elementi che mantengano una costante e accettabile corrispondenza col MR. Siccome dunque il MR cambia, siccome la sua storia procede e i suoi costumi, la tecnologia, il linguaggio e la moda evolvono, anche il MD, come si è accennato nella sezione precedente, deve cambiare per poter riflettere il MR. Tuttavia, se noi andiamo a scorrere le pubblicazioni della Disney negli ultimi decenni, noteremo che il MD non si è modificato  simultaneamente al MR ma si è trovato sempre ad ‘inseguirlo’, come se fosse trattenuto da  una sorta di istinto conservatore. E c’è di più: i personaggi Disney appaiono per certi versi dei disadattati, perché se la linea evenemenziale del MD è in leggero ritardo sul MR, i personaggi Disney sono a loro volta in ritardo rispetto allo stesso MD. Perché? La ragione è che i personaggi Disney sono delle icone, con certi attributi determinati dal costume e dalla moda correnti al tempo in cui  vennero creati, definiti e consacrati. Essi sono cioè cristallizzati in quegli attributi, analogamente agli eroi della mitologia classica, ai protagonisti delle storie sacre:  Perseo ad esempio si riconosce dai sandali alati: i sandali alati sono – iconograficamente – una relazione necessaria per identificare Perseo.

I fumetti sono rappresentazioni iconiche ed ecco perché è difficile conservare l’identità di Paperino privandolo della divisa da marinaio o del berretto. Paperone è un rappresentante dell’alta finanza americana dei primi decenni del ‘900 – così è stato immaginato e consacrato -  e come tale non può non indossare il cilindro e le ghette. Si noti bene che il carattere ‘vintage’ dei personaggi del  MD è un ‘peccato originale’, o se si preferisce una scelta dei loro creatori. Forse noi da bambini non ci chiedevamo perché Topolino e compagnia indossassero guanti, ma il ceto alto americano di inizio ‘900 li considerava un articolo d’abbigliamento non trascurabile, perché – come il cappello - segno di distinzione sociale. Una volta consacrati, i personaggi Disney non hanno più potuto levarsi questi attributi di dosso, perché ormai facevano parte del loro corpo, erano il loro stesso corpo: erano e sono essenziali alla loro identificazione. Di riflesso, anche l’universo di oggetti e ambienti quotidiani dei nostri eroi oppongono una certa resistenza – seppur minore – a modificarsi in funzione del MR: quando le auto moderne hanno soppiantato quelle col vecchio motore a scoppio, l’auto di Paperino ha continuato ancora per un po’ ad avere la manovella di avviamento; ma se alla fine, da molti anni, la 313 non ha più la manovella, l’armadio del nostro beniamino è ancora pieno di bluse marinare; così Paperone è salito su jet a reazione, astronavi e sommergibili di aspetto sempre più moderno, ma sempre con la palandrana tarlata, le ghette e gli occhialini senza aste.

Il MD è dunque nel complesso conservatore, ma resiste all’attrazione del MR con due forze di intensità diversa: la dimensione evenemenziale Disney con meno vigore, perché il suo mutare comporta la perdita di elementi familiari – cioè associati ai personaggi –  rimpiazzati da altri, che però sono destinati a diventare a loro volta familiari; i personaggi Disney con una resistenza assai maggiore,  in quanto modificarne l’icona può pregiudicarne l’identità e compromettere il MD stesso.   

Soffermiamoci ancora un momento sulla dimensione evenemenziale del MD (e quindi, di riflesso sulla sua enciclopedia).

Datane per scontata una certa dose di illogicità/contraddittorietà, potremmo indicare come suoi attributi: specularità, selettività, elusività, antieconomicità.

E’ speculare nel senso che gli eventi che la compongono (con i relativi contenuti enciclopedici) riflettono in una certa misura quelli del MR: nel MD come nel MR è esistito l’impero romano, ci sono stati la guerra civile americana, la seconda guerra mondiale, lo sbarco sulla luna (pur con le notevoli alterazioni, semplificazioni, caricature a tutti note).

E’ selettiva ed elusiva perché cancella  alcuni aspetti della realtà che stonano rispetto al tenore delle storie: in primo luogo la morte. La morte infatti – che pure va necessariamente presupposta anche nel MD – non è quasi mai rappresentata. Esiste un assoluto tabù della morte intesa come passaggio, tant’è che i morti sono nel MD una categoria ‘virtuale’, dedotta per via negativa dalla loro assenza (tutta la gente di altre epoche, compresi genitori e antenati della famiglia dei paperi). Alla selezione consegue l’elusività verso determinati aspetti della storia e dell’esperienza. Ne deriva una visione della realtà ‘astigmatica’, che cioè a seconda dei casi mette a fuoco con precisione dettagli minuti oppure trascura fatti di enorme portata: Qui, Quo e Qua possono sfogliare il manuale delle Giovani Marmotte e informare zio Paperino che Pompei fu sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., ma nelle storie Disney non troveremo alcun riferimento agli effetti delle radiazioni sulla popolazione di Hiroshima. Eppure la seconda guerra mondiale fa parte della Enciclopedia Disney (ED), così come ne fa parte la tecnologia della fissione nucleare. Di nuovo, eventi quali il bombardamento di Hiroshima (che implica persone deturpate dalle piaghe da radiazione) sono virtualmente presupposti dalla ED anche se di fatto non vengono menzionati e risultano – nel sistema di riferimento del MD – addirittura inverosimili. Questa situazione ha conseguenze sull’economicità del MD, in cui abbondano ‘arredi’ di fatto inutilizzati, o i cui effetti sono indefinitamente rimandati perdendosi oltre l’orizzonte degli eventi reali: l’ED sembra contemplare i B-52 (o bombardieri simili, diciamo i P-52), e pertanto il MD, anche se non sa che farsene, se li deve tenere. Pertanto, anche nel MD, l’Amministrazione americana ha speso fior di milioni per costruire dei P-52 e gli abitanti di Paperopoli e Topolinia vi hanno contribuito con le tasse, ma per qualche ragione, i costosi bombardieri non sembra abbiano mai compiuto missioni di guerra, eppure in qualche modo hanno davvero distrutto e ucciso. In quest’ultimo caso però, degli effetti del loro impiego non rimane né traccia materiale né ricordo. I B-52, il Fat Boy dell’Enola Gay, le camere a gas dei nazisti sono fantasmi dell’ Enciclopedia Reale (ER) che l’ED tiene lontani senza però poterli escludere totalmente, almeno come possibilità astratta: sono metastasi che filtrano  dal MR nell’ED senza procedere oltre, senza diventare realmente parte del MD perché bloccate nella dimensione enciclopedica, o concettuale. Il MD infatti rigetta questi fantasmi ee impedisce loro di diventare realtà fattuale. Qui si genera il paradosso: il MD non è consequenziale alla propria enciclopedia perché non dà conto nella sua concretezza di molte cose che essa presuppone.

2 settembre 2013

lunedì 14 novembre 2016

Star Trek e il tradimento di Shakespeare ovvero Sull’importanza del titolo


È probabile che se chiedessimo ai fan di Star Trek quale serie amino di più e per quali ragioni, avremmo risposte discordanti,  e forse ci sentiremmo indicare gli stessi elementi  ora come un difetto o un limite, ora  come un pregio o una peculiarità. Anche gli amanti a spada tratta della serie classica (tra cui il sottoscritto) non possono negare che questa soffra talvolta di grosse ingenuità; tuttavia essa annovera un episodio che, a mia conoscenza, non ha eguali nelle altre serie (Next Generation, Deep Space 9) per densità di richiami letterari e per complessità strutturale, al punto da  chiamare in causa un aspetto che è più facile incontrare trattando di  letteratura che di serie televisive: il nesso spesso vitale tra un’opera e il suo titolo. Mi riferisco all’episodio n.13 della prima stagione, intitolato, nella versione inglese “The conscience of the King”, ma tradotto in italiano “La magnificenza del Re”. Teniamo a mente questa differenza perché è il nodo di tutta la questione. 

Innanzitutto la trama dell’episodio: il capitano Kirk sospetta che il celebre attore Anton Karidian sia in realtà il criminale politico Kodos detto “il carnefice”, dato ufficialmente per morto vent'anni prima. Kodos, governatore del pianeta Tarsus IV, aveva ordinato l’esecuzione di migliaia di abitanti durante una grave carestia, per consentire ai superstiti di sopravvivere, e tra le vittime vi erano stati anche familiari dello stesso Kirk. Questi, volendo indagare, si offre di accompagnare con l'Enterprise la compagnia teatrale di Karidian, specializzata in drammi di Shakespeare, sul prossimo pianeta previsto dalla loro tournée; nella compagnia vi è anche la figlia di Karidian, Lenore, da cui Kirk è peraltro notevolmente attratto e che sembra ricambiarlo. Karidian intende sdebitarsi del passaggio intrattenendo l’equipaggio con la rappresentazione di un dramma di Shakespeare. Indagando su una serie di omicidi coincidenti con le tappe della tournée della compagnia, il primo ufficiale Spock scopre che le vittime erano accomunate da un elemento biografico: erano tra le poche persone ancora in vita  in grado di riconoscere de visu "Kodos il carnefice";  inoltre, a bordo dell’Enterprise vi sono due di queste persone: lo stesso Kirk e un altro membro dell'equipaggio e infatti  entrambi subiranno, durante il viaggio, un tentativo di omicidio.
Kirk sottopone Karidian a un test che lo convince della sua identità con Kodos, e così, mentre la compagnia mette in scena Amleto, l'assassino viene allo scoperto per uccidere Kirk: è Lenore, che all'insaputa del padre aveva via via eliminato tutti i testimoni in grado di smascherarlo. Karidian, nel tentativo di impedire che Kirk venga ucciso, è colpito a morte da Lenore, la quale, a causa del dolore, perde la ragione.
L’episodio, come vedremo, è di eccezionale densità perché, oltre a fitte corrispondenze letterarie, sfrutta profondamente l’espediente del metateatro. Se gli sceneggiatori e il regista fossero completamente consapevoli di tale risultanza non saprei dire, anche se sarei propenso a negarlo e a pensare piuttosto che si sia verificata una felice coincidenza di elementi; ma l’efficacia di ciò che ne è risultato resta fuori discussione.
Il metateatro (altrimenti detto “teatro nel teatro”) è l’espediente di inscenare all’interno di una rappresentazione un’altra rappresentazione. Nell’episodio in esame, possiamo riconoscere tre livelli di meateatro: due prodotti dal suo particolare intreccio  e uno strutturale alla serie nel suo insieme. Partiamo da quest’ultimo, osservando che la serie classica di Star Trek ha un’impostazione fortemente teatrale, determinata sia dalla recitazione dei suoi protagonisti e antagonisti principali, sia dai limitati mezzi tecnici ed economici. Le scene di interno erano girate in piccoli studi / teatri di posa e così la gran parte delle scene ambientate sulla superficie di pianeti, che si distinguevano in modo imbarazzante dalle rare esterne,  non potendo nascondere i contorni del  palcoscenico e del fondale né tantomeno le ombre multiple proiettate dalle luci artificiali; gli arredi erano scarsi e spesso palesemente riciclati. L’obiettivo del realismo era talmente fuori portata che si risolse di sostituirlo col pittoricismo e il simbolismo: ambienti per lo più spogli, contrassegnati da pochi oggetti carichi di significato, tanto che in alcuni casi sembra di essere di fronte e dei veri e propri quadri metafisici in tre dimensioni. Guardare un episodio della serie classica di Star Trek significa, oggi forse ancora più di allora, combinare la normale ‘sospensione dell’incredulità’ richiesta dalla fiction con la consapevolezza di assistere non a una ipotetica realtà futura, ma alla rappresentazione teatrale di quella ipotetica realtà. 

Come inzia il nostro episodio? Con un primo piano su un pugnale insanguinato: via via che il campo si allarga e intervengono le voci, si capisce che stiamo assistendo alla rappresentazione teatrale del Macbeth di Shakespeare e proseguendo scopriamo che ci troviamo sul pianeta dove la compagnia di Karidian aveva in programma uno spettacolo; ad esso assistono il capitano Kirk e suo amico Dr. Leighton, che ha attirato lì l’Enterprise con un pretesto, desiderando in realtà confidare all’amico Kirk la sua certezza sull’identità tra Karidian e Kodos, dato per morto vent’anni prima.
Il primo livello di metateatro ha agito subito in apertura creando un’ambiguità: viene ripresa una scena “in costume” recitata sul palcoscenico, all’interno di un'altra scena con gente “in costume” che sono i personaggi di un telefilm teatralizzante: tra le due dimensioni non si percepisce alcuna differenza finché essa non viene evidenziata a forza da un dialogo tra spettatori: il dr. Leighton che  dichiara a Kirk che la voce dell’attore Karidian è inconfondibilmente quella di “Kodos il Carnefice”.
Passiamo ora al secondo livello di metateatro: a brandire il pugnale era proprio Karidian, nei panni di Macbeth che pugnala a morte il dormiente re Duncan. Per quanto concerne il personaggio di Macbeth, basterà qui ricordare che egli, sensibile all’ambizione di conseguire i più alti onori, è combattuto tra la  tentazione di ricorrere a vie disoneste e la consapevolezza che la sua coscienza, in quel caso, lo tormenterebbe senza scampo. Tuttavia, allettato dalle profezie delle tre streghe indovine e aizzato dalla dialettica della moglie, virago per certi tratti ‘demoniaca’, intraprende la strada del delitto in una rovinosa escalation di morte, orrori e ironia tragica.
La sceneggiatura, insomma, ci suggerisce fin da subito l’identificazione Karidian = MacBeth, il che vuol dire la possibilità di giocare a trasferire le qualità dell’uno nell’altro: ambizione, capacità di compiere efferatezze, tormento della coscienza.
Nella scena iii dell’atto I, Macbeth vede per la prima volta  le tre  streghe che così si rivolgono a lui:
PRIMA STREGA:         Salute a te, MacBeth, barone di Glamis!
SECONDA STREGA:  Salute a te, MacBeth, barone di Cawdor!
TERZA STREGA:         Salute a te, MacBeth, che sarai re!

Se l’identificazione Karidian = MacBeth funziona nei due sensi, allora potremmo riformulare il saluto delle streghe in un'unica battuta:
STREGHE:  Salute a te, Karidian, tu che fosti  Kodos!

Il richiamo fonetico  Cawdor/Kodos sembra intrecciare nelle trame imperscrutabili del fato  il futuro prossimo di MacBeth   e il passato lontano di Karidian.
Lasciamo ora il MacBeth per passare ad Amleto: il dramma che la compagnia di Karidian ha scelto di inscenare sull’Enterprise in cambio del passaggio. Qui l’espediente del metateatro raggiunge un ulteriore livello di profondità e di rispecchiamento, attraverso un meccanismo di anticipazione.
All’inizio del dramma, Amleto, pur inquieto e immalinconito oltre misura dalla morte del padre e dalle nozze della madre con lo zio Claudio, non è agitato da sospetti consci, né da una rabbiosa brama di vendetta (priva peraltro di  un plausibile destinatario): sarà il fantasma del padre a infiammarlo, a spingerlo a architettare la vendetta e a nascondere i suoi propositi dietro una pazzia recitata.
La corrispondenza è ora tra Kirk e Amleto: il primo, come il secondo, non è in principio ossessionato dalla vendetta per la morte di un congiunto ed è molto cauto, se non scettico, di fronte alla sicurezza di Leighton. Quando però quest’ultimo viene ucciso (diventando così l’equivalente del “fantasma veridico” di re Amleto), allora Kirk è contagiato dalla stessa febbre e si convince sempre più che Leighton avesse ragione.
L’arrivo a Elsinore di una compagnia di attori girovaghi suggerisce ad Amleto il piano di rappresentare a corte un regicidio per impressionare re Claudio e farlo tradire. Analogamente, Kirk chiede a Karidian di leggere di fronte a un analizzatore vocale il famigerato discorso pronunciato da Kodos vent’anni prima, con cui ordinava l’esecuzione di 4.000 civili, al fine di avere un confronto cogente e stabilirne una volta per tutte l’identità.  Karidian non ha nemmeno bisogno di leggere il  testo, dimostrando di conoscerlo a memoria: il radiodramma organizzato da Kirk ha messo Karidian in trappola. Quando re Claudio, infastidito dallo spettacolo messo in piedi da Amleto, gli chiede il titolo, Amleto risponde: “Trappola per topi”; ma già al termine del soliloquio di II, ii aveva preannunciato che:
"the play's the thing
Wherein I'll catch the conscience of the king".

Dr. Leighton = fantasma di re Amleto; Elsinore = Enterprise; Kirk = Amleto; Karidian = re Claudio; Trappola per topi = comunicato di Kodos.

Vediamo così che  l’Amleto, esso stesso un dramma metateatrale  in cui la finzione del palcoscenico serve a rivelare la verità del dramma, è  anticipato e ricalcato nella realtà dell’episodio di Star Trek.
Ma le corrispondenze non finiscono qui, e anzi si confondono: dietro le quinte dell’Amleto inscenato dalla compagnia di Karidian, Lenore cerca di eliminare Kirk e accidentalmente uccide suo padre.
Un assassinio involontario che si compie dietro il tendaggio che divide attori e spettatori: esattamente come  accade ad Amleto che “scambiandolo per un topo”, trafigge Polonio nascosto dietro un arazzo nella camera della regina, per spiare il suo colloquio col figlio.
La morte di Polonio provoca la pazzia di sua figlia Ofelia, già ferita dal ‘tradimento’ di Amleto.
Il flirt tra Kirk e Lenore  rafforza così l’identificazione di Kirk con Amleto, mentre Karidian/Kodos, proprio per la sua duplice identità, è insieme Re Claudio rispetto a Kirk e Polonio rispetto a Lenore.
Inscenare la sua pazzia, aveva comportato per Amleto troncare il gioco d’amore con Ofelia;  ma  Polonio, capovolgendo le cose, si era convinto che la pazzia di Amleto fosse vera e causata dal rifiuto di Ofelia; la finta pazzia di Amleto diventa così la causa della morte di Polonio e della vera pazzia di Ofelia.
Nella realtà del nostro episodio, la rottura dell’idillio tra Lenore=Ofelia e Kirk=Amleto è causata indirettamente dal secondo per aver smascherato Karidian ed essere diventato un testimone da eliminare.  Inoltre, Kirk = Amleto provoca  indirettamente la morte di Karidian -Kodos = Polonio/Claudio e questa causa la pazzia di sua figlia: la pazzia di Ofelia = la pazzia di Lenore.
Arrivati al culmine di queste vorticose corrispondenze, però, la versione italiana dell’episodio ribadisce l’errore fatale del cambiamento del titolo, facendolo ripetere a Lenore mentre stringe il corpo senza vita del padre vestito per l’Amleto: “Ammirate la magnificenza del re!”.
Di magnificenza, qui, non vi è traccia, e i curatori italiani della serie non hanno capito molto, anzi nulla di questi rimandi e della funzione organica assunta dal titolo originale che, giustamente, è “The conscience of the king”, preso direttamente dall’ultimo verso di Amleto II,ii. “La coscienza del re” è la coscienza di re Claudio, di re Macbeth e di Kodos “re” di Tarsus IV.
Tutto ciò per dire che quando si tratta di applicare i princìpi dell’arte, non vi è distinzione tra generi, né classifiche di serietà. Nell’antichità e nel medioevo opere letterarie e artistiche  erano conosciute sotto molti nomi perché, non avendo alcun titolo, ricevevano denominazioni diverse di chi le citava; a un certo punto, spesso molto tempo dopo, si definiva un titolo, per lo più  postumo, che aveva finito col prevalere su altri concorrenti.
Un testo classico come l’opera storica di Tucidide è universalmente nota come “Guerra del Peloponneso” , che però è un titolo moderno, e per di più inesatto.
Sonetti e canzoni dei poeti europei di età basso medievale sono identificati di solito dal primo verso, non avendo gli autori cincepito l’idea di un “titolo suggestivo”, alla maniera di "Soldati" di Ungaretti, tanto per intenderci.
I titoli dei quadri di Hieronymus Bosch (chi non conosce "Il giardino delle delizie"?) sono invenzioni a posteriori: nessuna fonte dell’epoca riporta titoli originali per le opere di lui conservate.
Gli esempi sono infiniti. Ma nell’arte e nella letteratura  moderne il titolo ha in molti casi una funzione vitale, organica al contenuto dell’opera, spesso decisiva per la comprensione esatta dell’opera stessa. Basterebbe pensare alla pittura surrealista: molti quadri di Dalì subirebbero un danno incalcolabile nella loro comprensione senza il titolo  dato dall’autore. Nel caso delle opere surrealiste o post-moderne, potremmo addirittura affermare che il titolo contribuisce per metà, se non più, al valore complessivo della realizzazione.
Nella letteratura contemporanea certi titoli suggestivi creano suspence nel lettore, che magari deve aspettare le ultime se non l’ultima pagina per capire “come ci azzecca”: Il nome della rosa, The Catcher in the Rye ad esempio; a volte gli autori inventano quiz letterari o di cultura che si aspettano siano risolti  dai loro “lettori ideali”: A che punto è la notte (Fruttero e Lucentini) , La casa di Asterione (Borges), Lot (S. King).
Questi giochi possono anche raggiungere un livello complesso di richiami letterari interni tanto da farci addentrare nelle ramificazioni di una vera e propria “vigna del testo”, come nel caso di questo bellissimo episodio di Star Trek che vede però, nell’edizione italiana, l’imperdonabile tradimento di Shakespeare.

lunedì 30 maggio 2016

La bolla dello stronzo e la legge di Boyle-Mariotte

Cinque anni fa, in un articoletto pubblicato su un mio blog, trattavo dell’impoverimento del linguaggio contemporaneo che “da un lato si mutila delle parole più efficaci e particolari (spazzando via i corrispettivi concetti), dall’altro inflaziona termini più generici (libertà, bene, democrazia) e tanto ne gonfia l’estensione (l’insieme delle realtà a cui sono applicabili), quanto, inversamente, ne riduce l’intensione (il particolare e preciso contenuto, la qualità o proprietà individuale)”. Il mio intervento si focalizzava sul linguaggio della politica. Ora invece intendo riprendere il tema trattando del linguaggio comune. La legge di Boyle-Mariotte descrive il comportamento dei gas perfetti: il loro volume, a temperatura costante, è inversamente proporzionale alla pressione a cui vengono sottoposti. Questa legge la sperimentiamo facilmente osservando le bolle d’aria che, risalendo man mano dal fondo di un contenitore pieno d’acqua, aumentano di volume finché, giunte in superficie, possono prima unirsi dando vita a una più grande, secondo il fenomeno detto coalescenza, e finiscono con lo scoppiare. La legge di Boyle-Mariotte può essere applicata, con qualche adattamento, all’ambito semantico. Le bolle di gas sono le parole messe a disposizione da una lingua e quindi potenzialmente utilizzabili dalla comunità linguistica; la pressione, data dalla profondità del bacino d’acqua, indica il grado di conoscenza e di utilizzo di questo patrimonio da parte della comunità linguistica. In una situazione ideale, cioè di una lingua in salute, viene correntemente impiegato un numero di termini in grado di rendere conto della maggior parte dei contenuti concettuali che i parlatori hanno necessità di esprimere. Tale equilibrio si traduce quindi in una buona profondità dell’acqua: sul fondo, dove la pressione è maggiore, circolano molte bolle di dimensioni ridotte. Vengono infatti impiegati numerosi termini precisi, aderenti a significati specifici, che hanno cioè poca estensione (volume) e molta intensione (densità interna). Man mano che si sale negli strati superiori dell’acqua, troviamo meno bolle e sempre più grandi, ossia termini più generici. In un ambiente linguistico ricco, i campi semantici (gruppi di termini imparentati dalla stessa radice semantica) sono molto popolati, per cui, se la comunità linguistica ha una buona conoscenza dei termini a sua disposizione, il ricorso a perifrasi e ad accostamenti di termini più generici, quando invece si potrebbero utilizzare termini più precisi e appropriati, sarà ragionevolmente contenuto. Mi sto riferendo, per essere ancora più chiari, ai casi in cui un soggetto utilizza termini generici, o persino errati, al punto di mancare l’obiettivo di esprimere correttamente ciò che si vorrebbe, e ciò non a causa della povertà della lingua, ma perché il soggetto che tenta di esprimersi ignora l’esistenza, nella propria lingua, del significante appropriato. Se la pressione è buona, dunque, e un parlatore vuole esprimere quella realtà che è l’ “organo principale dell’aratro, costituito da una lama d’acciaio appuntita anteriormente e disposta di piatto col taglio inclinato…” questi potrà scendere alla profondità giusta dell’acqua dove troverà una sola piccola bolla semantica: il termine vomere. Se il bacino d’acqua è poco profondo, però, e quindi la pressione è scarsa, bolle così piccole e dense non si trovano e il parlatore non troverà di meglio che combinare insieme due bolle più grandi: lama e aratro. La scarsa pressione produce quindi la coalescenza di queste due bolle in una bolla ancora più grande e meno densa (lama dell’aratro), che tuttavia non ha la precisione della piccola bolla del vomere. Perché la colonna d’acqua diminuisce? Il motivo più immediato è che se spariscono determinati oggetti o realtà, finiscono col cadere in disuso i corrispondenti termini che li denominano precisamente, ad esempio: cablogramma, bachelite, giustacuore; oppure alcuni termini più nuovi soppiantano altri per denominare realtà ancora attuali, anche se spesso con gravi perdite, perché per lo più si tratta di termini più generici che inglobano termini più specifici: oggi molti che vedessero un embrice o un coppo lo definirebbero “una tegola”, e se dovessero spiegare cosa vedono dovrebbero dire che una è una tegola fatta così, e l’altra una tegola fatta cosà. Tuttavia, spariscono anche moltissimi termini che sono significanti di realtà ‘eterne’, come quei sostantivi e aggettivi che descrivono stati d’animo e comportamenti tipicamente umani: la nequizia, la neghittosità, l’insipienza, la resipiscenza. E non è che questi atteggiamenti o comportamenti siano passati di moda, a passare di moda è la sensibilità di riconoscere e distinguere le infinite sfaccettature dell’animo umano e il vasto complesso del suo panorama etico. Così, quando all’improvviso al parlatore serve esprimere un concetto di uso non comune, egli magari non sospetta nemmeno che per quel significato possa esistere un preciso significante. Allora si affanna per trovare sinonimi, combinazioni di essi, o perifrasi, per lo più insoddisfacenti. Finché si tratta di perdere qualche secondo in più per descrivere le tegole di una casa rustica di montagna, chissenefrega di non conoscere il termine preciso. Ma quando si è depressi, angosciati, incerti sul senso della vita, innamorati? Quando siamo tempestati da emozioni, sentimenti, condizioni psicologiche che vanno oltre un frasario d’emergenza italiano-cinese ed esulano dal patrimonio di umanità mainstream di un reality, e vorremmo prendere a testate i muri a caccia di un termine adatto per sfogarci su whatsapp o su fb… allora sono dolori. Allora la frustrazione è massima, finché, causa l’insopportabile senso di impotenza, preferiamo concludere che certe cose “non possono essere dette”, che “non esiste il termine giusto”. Balle. Anzi, bolle. Ma non voglio parlare di lettere o messaggi d’amore da farcire di: “deliqui”, “afflati”, “rapimenti”, “conturbamenti”, “elezioni”, “smarrimenti”, “ottenebrazioni”, “aneliti”, “bramosie”, “precordi”, “trasumanare”, “smanie”, “trascendimenti”. Io voglio parlare di un vero e proprio mostro di coalescenza: della grande, mostruosamente dilatata bolla che è diventato l’aggettivo stronzo. Con stronzo oggi definiamo l’individuo che adotta una enorme varietà di comportamenti e con stronzaggine etichettiamo un’altrettanta varietà di atteggiamenti. Può essere definito stronzo: 1) chi non ci dà la precedenza dovuta in strada 2) chi salta la fila 3) il commesso di negozio sbrigativo e sgarbato 4) il compagno di classe che non ci fa copiare durante il compito in classe 5) l’insegnante che ci mette in difficoltà 6) il collega che non ci viene incontro con gli orari 7) il partner che ci trascura, tradisce, umilia 8) l’amico egoista, opportunista 9) il conoscente, amico o parente che ci nega un favore 10) chi è irriconoscente 11) chi è incapace di empatia nei confronti nostri o di altri 12) chi si comporta incivilmente 13) chi è insensibile 14) chi è maleducato 15) chi è anaffettivo 16) chi ci tormenta di pizzicotti, scherzi, schiaffi fastidiosi 17) chi è misogino 18) chi è arrivista 19) chi è nepotista 20) chi non fa eccezioni nemmeno per amicizia 21) chi è aggressivo 22) chi è borderline 23) chi è manipolatore 24) chi ha il disturbo sadico della personalità 25) chi è prepotente 26) chi è narcisista e soffre di protagonismo 27) chi trascura la famiglia 28) chi ignora le nostre attenzioni 29) chi è menefreghista 30) chi è abulico 31) chi è rigoroso 32) chi è permissivo con se stesso ma inflessibile con gli altri 33) chi fa la banderuola per calcolo 34) chi racconta sul nostro conto maldicenze e chiacchiere per il solo gusto di sparlare 35) chi è diretto al punto da essere sgradevole 36) chi non si sente in dovere di dare le dovute spiegazioni 37) chi è assertivo 38) chi si mostra troppo sicuro di sé.
Lo stronzo è quindi una bolla di esagerate proporzioni, di un’estensione tale da perdere qualsiasi utilità concettuale per la corrispondente perdita di intensione. Dire “Il mio fidanzato è uno stronzo” senza aggiungere altro apre all’interlocutore una gamma smisurata di interpretazioni e di ipotesi che vanno dal: “non fa mai le pulizie in casa e manda sempre me, anche quando diluvia, a buttare la pattumiera in cortile” al: “fa il provolone con le mie amiche” al “mi costringe ad abbandonare tutti i miei interessi e a vivere in una relazione chiusa e soffocante”. Affibbiare il titolo di “stronzo”, vero e proprio monstrum di coalescenza buono per tutte le occasioni, è forse una tentazione troppo forte, perché nel bollare qualcuno con la bolla dello stronzo, includiamo anche un giudizio spregiativo, il vilipendio del colpevole, il che è molto pratico. Ma ciò richiede poi di sviluppare un racconto articolato per chiarire a quale delle numerosissime opzioni della lista ci stiamo riferendo, circoscrivendo lo “stronzo” a un agire, a un comportamento psicologico, a una categoria morale particolari. Ma davvero vilipendere il colpevole vale il prezzo di privarsi della possibilità di dettagliare una certa intenzione, lo spirito e l’atteggiamento sotteso a un dato atto o comportamento, visto che esistono delle piccole e dense bolle semantiche che ce lo consentono? È pigrizia, disinteresse, o incapacità di fare i dovuti distinguo? Il mio superiore che mi tratta così male, facendomi sentire il peso delle sue lauree, come se queste lo autorizzassero a parlarmi con insolenza e a guardarmi dall’alto verso il basso, anche e soprattutto davanti agli altri, non è “stronzo” ma protervo. Quello che pensa sempre male, è sospettoso e diffidente e allo stesso tempo colpisce alle spalle non è “stronzo”, è malevolo. Quello che mette al primo posto il proprio tornaconto materiale prima di questioni di ordine morale, anche basilari o banali, ed è solito fare i conti in tasca agli altri non è “stronzo”, è gretto oppure venale. Ma la colonna d’acqua si assottiglia, la pressione cala, le bolle salgono, si dilatano e scoppiano: protervia, malevolenza, grettezza e venalità scoppiano insieme a tanti altri significanti. Non ci sembra il caso di rimpiangerli finché gli imprevisti della vita, però ci colpiscono personalmente, e allora vorremmo trovare la parola giusta per descrivere quel che vediamo ma quella parola altrettanto precisa non la troviamo e finiamo col non porci più nemmeno il dubbio che forse esiste... e poi se esiste? Una serie di problemi:
1) dovremmo trovarla
2) dovremmo spiegarla a chi non l’ha mai sentita, o a chi l’ha sentita ma non sa cosa significhi (il che è più o meno lo stesso)
3) dovremmo affrontare la possibilità di essere addirittura presi in giro o criticati per utilizzare un termine desueto, magari ridicolmente desueto, magari accusati di far sfoggio di cultura. Il che ci riconduce anche al punto 2.
Non sono disincentivi da poco. Credo tuttavia sia giusto provarci: mantenere vive le mille bolle blu della lingua, scendere in profondità per non perdere la profondità dei concetti. Perché, amici, non c’è sensazione più angosciante ed opprimente, quando dentro di noi sentiamo il bisogno di raccontare qualcosa di nostro profondo e sentito, di non avere il linguaggio adeguato per far arrivare agli altri tutto quel che sentiamo. Non c’è niente di così miserevole e umiliante che affannarsi a ricombinare disperatamente sempre quelle quattro o cinque grosse bolle sperando in una miracolosa coalescenza che valga quella piccola perla d’aria che deve esistere, da qualche parte negli abissi. Proviamoci allora, cerchiamo queste piccole bolle. E se non vogliamo correre i rischi numero 2 e 3, facciamo pure precedere qualunque termine più preciso da un sonoro “stronzo”. Mi sembra un dazio da pagare più che accettabile, o no?